
Comunione di una quindicina di bambini, fra cui mia nipote.
Teatro, una parrocchia della periferia romana. Attore, è proprio il caso di dirlo, un parroco paraculo dai capelli bianchi, diciamo un cinquantino avanzato, e dalla faccia laida dietro un sorriso mellifluo, anche se la sua voce è dolce e suadente come si conviene ad un prete.
Il parroco inizia una litania di parole consuete (ringraziamento, eucaristia, comunità), e va avanti per dei bei tratti di tempo. Ogni tanto, la tipica zitella bigotta intona canti il cui testo appare su di un muro a mo’ di karaoke, e tutti cantano al seguito come imbambolati.
Irrompono i bambini, e muovono le braccine in vari modi, tipo aqua gym, recitano la parabola del figliuol prodigo, si muovono per la navata in una coreografia, salgono su dei palchetti posti perfino sull’altare e ripetono le parole imparate a memoria. Anche i genitori muovono le braccione nella coreografia, e tutti i partecipanti della comunità, che è ben affiatata e molto lieta dello spettacolo circense imbandito.
Alcuni genitori, muniti di foglietto anti-amnesia emotiva, si esibiscono al microfono davanti all’altare, raccontando brevi episodi autobiografici di ritrovato slancio fideistico e parrocchiale. Perché gli esseri umani, uomini e donne, hanno così tanta paura della propria libertà da anestetizzarsi con la sicurezza fornita dal gregge? Sembra una seduta di Alcoolisti Anonimi, Fumatori Anonimi, roba del genere. Il tutto, accompagnato da suoni di una tastiera e chitarre invadenti, va avanti per un’ora e mezza, intervallato da applausi scroscianti e maleducati, dato il luogo, ma richiesti.
Apprendo che nei giorni precedenti si sono ripetute parecchie prove, includenti anche i genitori, per ottenere quell’effetto da recita scolastica di fine anno.
Unica assente, la spiritualità. Ora, io non sono più cattolica da una trentina d’anni, ma ho tutto un altro ricordo della mia Prima Comunione. Rammento un atteggiamento silenzioso, mentre sfilavamo davanti ai genitori con un giglio in mano nell’entrare in chiesa. Ed una grande emozione per questo contatto con la propria anima, quel raccoglimento che preparava all’ingresso del Corpo di Gesù in noi. Rito cannibalico e satanico (nutrirsi del corpo e del sangue di una vittima sacrificale questo è!), ma temperato dalla dolcezza del momento e dalla commozione dei parenti.
I tempi sono cambiati, e per riempire le parrocchie agonizzanti bisogna stappare invenzioni creative, far uscire dal cappello a cilindro soluzioni di dubbio gusto, pazienza se questo va a discapito del dialogo interiore e della comunione con la propria anima. E se la spiritualità va…a farsi benedire!
Satura di pagliacciate, dopo il Padre Nostro recupero in giardino il mio equilibrio compromesso, con una sigaretta, una telefonata, un’occhiata ai begli ulivi che mi sussurrano immoti:” Che tocca fa’…”.
Intercetto un commento di mio fratello e del suo migliore amico: “La religione è stata inventata per i poveri di spirito”.
Ogni religione nasce da una malattia mentale, aggiungo. Non ricordo chi l’ha detto, ma senz’altro era un saggio, uno che vedeva a distanza.