
Per ragioni professionali, mi sono trovata a leggere in questo sito:
una critica, anche fondata, di Aristotele e del suo pensiero politico, per la quale Aristotele sarebbe piu’ conservatore di Platone.
Lo scrivente motiva così la sua presa di posizione: Platone, pur relegando le idee nella dimensione trascendente, evitava di imbrigliarle in ben definite “maglie” logiche. Questo perchè nella sua idea di episteme (scienza, sapienza, filosofia, propria dei pochi, secondo Platone, destinati se ben educati, a spendere la loro energia nel controllo della repubblica) conserverebbe comunque una certa “mistica” nella considerazione dell’Essere, laddove Aristotele, facendo direttamente dipendere l’essere della dimensione conoscitiva umana, dalla “sostanza” (ousia) caccia una rete metafisica tale, nella sua trattazione, da essere autoritario nell’imporre una e una sola possibilità logica di elaborazione di concetti (attualizzazione delle essenze e dei loro legami a priori) e di connessioni logiche tra concetti, che estraneerebbe, di fatto, la maggioranza degli uomini dall’ accostamento all’ attività intellettuale che questa visione implica.
Per cui la filosofia aristotelica raggiungerebbe il paradosso che pur ammettendo una interpretazione ah hoc per l’umana sfera, ne conia una cui gli uomini, complessivamente, restano estranei.
Il logos (pensiero, linguaggio, ordine) umano sarebbe per Aristotele dunque una rete rigida, cristallizzata, limitata dalla sua matrice metafisica, che fa derivare dall’unica sostanza la sua (direbbe Heidegger) attestazione.
Chi si sottrae a questa univocità della logica e della metafisica è destinato a rimanere sordo del suo stesso verso, estraneo alla valenza delle parole che usa.
Io non sono d’accordo con questa critica , a parte le idee autoritarie e schiavistiche espresse nella “politica” accanto ad idee oggetivamente accettabili, credo che invece la filosofia di Aristotele sia meno reazionaria di quella di Platone, portata per la sua “misticità” a creare anzichè filosofi come vorrebbe, sacerdoti e che invece proprio la centralità del concetto di Sostanza, sia in Aristotele la chiave per scorgere dove egli ravvisava la peculiarità degli individui, concedendo a tutti gli umani la possibilità, usando l’intelelletto che li caratterizza a livello di “essenza”, di portare, secondo la traduzione del “logos” universale e solo apparentemente univoco perchè in Aristotele è presente il pensiero del frattale: il processo del pensiero pensante del Motore Immobile che apre le porte all’infinito, e alla riflessione, infinitamente possibile, di enti che sono individuazioni “creatve” del medesimo essere, che resta uno: archè e mistero primigenio, di cui il solo porre un “altro da…” è un suo medesimo individuarsi.
In termini esperienziali: la dottrina metafisica della sostanza, sul piano individuale si traduce in prsicologia dell’identità sulla base di quell’individuato, al contempo contingente e universale, che ciascuno di noi è.
Quindi proprio perchè noi siamo, ognuno secondo la propria forma (che è il proprio individuato concetto, come “essenza pensata di se stessi”) sostanza proprio in quell’individuazione, abbiamo, come umani, la possibilità (potenzialità) di cogliere l’unico logos su cui la comunicazione verace (forierà di verità, intesa come aletheia, disvelamento delle essenze, tramite la loro attualizzazione intellettuale.) verte.
E di partecipare, se toccati dalle problematiche alla discussione, portando le nostre ragioni e comunicandole.
Aristotele in realtà era un socratico. Piu’ di Platone a mio avviso, perchè il dialogo, il ragionamento di un “io” che parlando presuppone un “tu” che ascolta, è il vero metodo filosofico, per lo stagirita.
Quando parla della vita contemplativa, parla del suo significato principale : il piacere, la scelta di vita, la passione dell’uomo-Aristotele. Che per se stesso sognava una vita in cui il lavoro lasciasse agli uomini del tempo libero, per dedicarsi ad attività “disinteressate”. Per lui il piacere disinteressato era la Teoresi, ma sono certa che qualcun altro, magari uno piu’ popolare che avesse appreso la sua stessa preziosa lezione delle concrete possibilità della logica per la comuncazione, su questo carattere non disinteressato della sapienza poietica avrebbe potuto fargli cambiare idea.
Non credo che Aristotele neghi l’origine “mistica” dell’essenza dell’essere: la sua “sostanza”, adattabile alle forme logiche, al cosmo, a Dio e principio dell’Universalità originaria dell’Essere-Uno, si attualizza, empiricamente solo nella nostra meschina vita individuale. Dove il compito piu’ nobile, per l’uomo, è attualizzare il proprio intelletto, secondo le forme espressive che competono alla sua identità.
La filosofia sarebbe proprio la ricerca di un terreno comune su cui dialogare e agire. Un’idea di universalità concepita come la “stessa barca” dove si puo’ e conviene ingegnarsi per stare il piu’ a galla possibile.
Ma non c’è in Aristotele nessuna negazione del fatto che la nostra sostanza, quello che conserviamo di noi, nonostante il tempo che passa e il mutare delle circostanze, sia costituita anche e soprattutto dall’indicibile, di quello che, nello sterminato frattale del micro e del macrocosmo, si riflette all’infinito in infinite sfaccettature individualmente modellate, secondo i modi di essere individuali di ciascuno. Secondo la dialettica tra cio’ che si conserva e cio’ che muore per rinascere (Aristotele deve molto ad Eraclito). E anche secondo cio’ che dell’essere non si puo’ pensare in termini di concettualità incastrabili in connessioni illuminanti sul piano individuale e interattivo.
Ma la sostanza individuale di tutti gli umani, che potenzialmente possiede intelletto attivo e, in un’ottica collettiva, puo’ comunicare agli altri, mi sembra risponda ad una visione egualitaria delle opportunità essenziali, che Platone (coi suoi schiavi incapaci di lberarsi dale catene ed uscire dalla caverna) se la sognava.
Tutto questo per dire che penso che i problemi politici di oggi, quando tematizzati da quei soggetti che orbitano intorno all’area del cosiddetto antagonismo, spesso appaiono irrisolvibili proprio in virtu’ della scarsa identità di chi si fa portavoce delle istanze antagoniste. Che si mette nel gioco politico solo per noia, o per carriera, o per ambizione egoica, o per problemi affettivi.
Inevitabilmente, queste sostanze individuali, a se stessi poco attualizzate nell’autocoscienza (Aristotele li metterebbe tra gli “schiavi”: coloro che pur possedendo essenza umana, l’intelletto, non lo usano attivamente e vivono come se non l’avessero), portano collettivamente i loro dilemmi d’identità nel gruppo, nel tessuto familiare, sociale che li riguarda. E le loro perplessità personali sull’essenza di quello che questa gente è, se coinvolti in un discorso (in senso platonico) politico, vanno a costituire (insieme a molti altri fattori) il perdente vuoto identitario del soggetto collettivo che dissente.
E questo dissenso perde efficacia, sbaglia gli obiettivi, compie azioni inutili o controproducenti. E continuando a insistere sul relativismo borghese laico, per far da contrappeso alle cazzate clericali, si produce un alibi per cui la “crisi” mina perpetuamente il tessuto comunicativo degli umani in lotta.
E, come dice un certo Miguel Martinez, nel frattempo il nemico dell’umanità avanza
.
E chi è il nemico dell’umanità?
I nazi del secolo scorso dicevano che il nemico dell’umanità era l’ebreo. I nazi del XXI secolo (rossi e neri) dicono che quel nemico, è lo Zio Sam, perché è… “asservito al sionismo”. Non è che da un secolo all’altro i nazi siano cambiati di molto…
Il destino ignobile del pensiero antagonista, in Italia….
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