La “love story” con il capitalismo di M. Moore

L’opera cinematografica inizia con le immagini di una rapina in banca prese da una videocamera interna, di quelle che servono per identificare i malviventi e metterli al gabbio. Sottofondo un rock che mi è parso quello dei Sex Pistols. E’ di una rapina immensa cio’ di cui Michael Moore sta per raccontare, un feroce e spietato crimine le cui vittime sono milioni di innocenti e i cui responsabili al gabbio non ci vanno mai. E’ una storia americana “Capitalism, a love story”, l’ultimo film del maestro Michael Moore la cui visione consiglio caldamente a tutti i visitatori di questo blog, portandoci anche figli, nipoti, giovani (io ci ho portato la mia intera scolaresca), ma non solo.


Il capitalismo è un sistema economico che, dopo la 2WW ci ha resi tutti almeno un po’ felici. Ma il “libero mercato” portato avanti dal mito fondativo del “sogno americano” si è rivelato una chimera flebile, che non appena ha cominciato a scricchiolare ha scatenato l’avidità di quell’1% che in america detiene piu’ del 90% delle ricchezze (in termini di beni comuni e di “proprietà“) di quel paese pertanto sono stati saccheggiati i diritti della “middle class” e il popolo ha sofferto in modo pesante la dipendenza dai misfatti dei pochi ricchi che il capitalismo hanno imposto.
“Mio padre faceva l’operaio alla GM, ci dice Moore, aveva 4 settimane di ferie all’anno, andavamo a New York una volta ogni 2 anni, frequentavo buone scuole cattoliche e mia mamma lavorava solo per necessità“. In America un operaio come il padre di Moore era “classe media”. Cambiava la macchina una volta ogni tre anni e pagava i buoni per la pensione di cui poi ha goduto. Finiva di lavorare alle 2 del pomeriggio (non ho capito a che ora iniziava) e, insomma, erano felici, senza ansie e preocupazioni. Era il “sogno americano” incarnato, appunto, con figli, famiglia, qualità della vita ecc…
Ma poi, ci dice Michael, qualcosa ha travolto questo sogno. Una catastrofe economica che ha pervaso i già ricchi di ansia di arricchirsi ancora e sacrificare tutto e tutti per non vedersi abbassati i profitti.
Per Michael tutto comincia quando l’industria giapponese e tedesca, potenze ripresesi dopo la guerra, hanno cominciato ad operare in concorrenza con i settori nevralgici dell’industria americana. A ’sto punto c’è stata (da parte dei ricchi industriali) la corsa alla finanza e l’economia si è fatta con le azioni comprate e vendute ad altissimi prezzi, che si estendevano anche ai traffici “stranieri” (vennero quotate in borsa aziende belliche ecc..) e ad un certo punto la fame di liquidi di questi squali della finanza ha influenzato campagne mediatiche in cui si rassicuravano le persone come il padre di Michael ad indebitarsi, comprare molte merci a rate, cambiare spesso la macchina ecc..
Poi la societa’ videocratica degli anni ‘80 impone come presidente Ronald Reagan che degli interessi dei vecchi ricchi e dei nuovi ricchi del capitale finanziario, era il rappresentante. Ad un certo punto Moore inquadra il capo di una megabanca americana (nn ricordo quale) che dice all’orecchio di Reagan “devi sbrigarti!” fotogramma indicativo dell’autonomia di scelta di Ronald Reagan (e mi auguro NON dell’intero sistema presidenziale americano).
Le banche, nel frattempo prestavano soldi non solo ai “cattivi pagatori”, ma anche alla gente normale, inserendo in modo truffaldino clausole improponibili che andavano a raddoppiare o triplicare gli interessi, superato un certo lasso di tempo (clausole piccole piccole come nei fumetti di topolino).
Alla fine di politiche all’insegna dell’avidità, come una piccola crepa che intacca la robustezza di una diga, scoppia il marasma: le operazioni in brosa richiedono tanto (ma tanto tanto) liquido, ma se un’operazione va bene, il ricco che l’ha fatta puo’ ritirasi in un’isola acquistata da lui stesso. Quindi: ciascun ricco gioca coi soldi che sarebero della gente, ma che la gente ancora non ha pagato, come se fosse al casinò. Alla fine della “serata con gli amici” (che dura mesi, in verità) chi si è sistemato, bon, chi non si è sistemato invece pretende dai lavoratori della “middle class” che in USA includeva gli operai, il rimborso di interessi e i soldi loro prestati.
Quindi, polizia alla mano, i ricchi hanno ottenuto di poter facilmente buttare la “middle class” americana fuori di casa.

Poi: poco prima che venisse eletto Obama, il capo della megabanca Goldman Sachs (dott. Paulson) fece pressioni sul Congresso affinchè approvasse l’erogazione di 47 miliardi di dollari alle banche senza che esse ne giustificassero l’ultilizzo. Le pressioni si basavano sulla paura, sull’intimidazione, ma alla fine in quel caso Paulson usci’ sconfitto perchè i democrats fecero zoccolo duro.
Dopo pochissimo tempo però -e lì non è difficile immaginare il ruolo della massoneria e la ,conseguente o no, corruzione- si rivotò per la stessa cosa: 47 miliardi per salvare le banche (era appena fallita Lehmann Bros) senza doverne giustificare alcun utilizzo. Si erano comprati in separata sede un buon numero di senatori democrats e i repubblicani fecero passare il provvedimento.

Non contente di aver ricevuto finanziamenti miliardari a destinazione ignota, le banche decidevano pure di chiudere le aziende che non rendevano piu’ quel profitto che avevano stabilito. Allora si vede una fabbrica dove gli operai manco erano stati pagati, in procinto di essere licenziati con tanti saluti.

Nel frattempo viene eletto Obama. Si schiera apertamente con gli operai che avevano occupato la fabbrica ed essi riescono a riavere il loro lavoro e i loro soldi.
Altrove gli sfrattati dalle banche riescono ad ottenere la collaborazione passiva di polizia e qualche sceriffo locale. Insomma: segni di ribellione e di ragionevolezza chiudono la narrazione.

In ogni caso l’America di Michael Moore si sta trasformando in qualcosa tra il deserto e l’inferno ed è questo che, con la mitica, rabbrividente scena finale del nastro del “crime scene” a Wall Street, Michel Moore, ci vuole dire. Che qualcosa è cominciato, bisogna avere speranza e crederci.
Ho cercato di riassumervi il film, ma non ci sono riuscita gran che’, è rimasta fuori un sacco di roba e cioè il discorso di Roosvelt, le fabbriche autogestite che guadagnano e sussistono in piena democrazia, gli stipendi dei piloti di linea che guadagnano meno di un cameriere di Mc Donald, le vendite di antidepressivi aumentate in 6 mesi del 370%, la Wal Mar e altre aziende quotate in borsa che calcolano -dai requisiti e dalle informazioni che hanno su un loro dipendente- se egli morira’ presto e gli intestano assicurazioni sulla vita che fruttano milioni di dollari di cui l’azienda è beneficiaria…
Tante altre cose non ho raccontato di “Capitalism, a Love Story”, che ne fanno un film assolutamente da vedere perchè emoziona di speranza, di odio, di energia mentale, facendo riflettere sui significati collettivi di cui solitamente non ragioniamo mai. Perchè Michael Moore, americano, ultracinquantenne e cattolico è un epico cantore della tragedia di un sistema culturale che ci riguarda tutti fin nelle minime pieghe e che riesce a superare l’assurdo e ad offrire a partire da esso una “razionalità“, che, nel suo immenso mondo poetico da cineasta, diventa per noi la comunicazione di una speranza.

ps: ho lasciato fuori la rivisitazione del doppiaggio che M. Moore offre di alcune scene del “Gesu’” di Zeffirelli, dove interpretando Gesu’ gli mette in bocca frasi che sono aderenti al vangelo dei “neocon” che si riempiono la bocca di frasi blasfeme. Solo quella scena è da oscar e il resto non è inferiore.



One Response to “La “love story” con il capitalismo di M. Moore”

  1. Eli scrive:

    “Credo che il segreto del successo del capitalismo è che ti
    consente di farla franca in ogni caso”

    Michael Moore

    8)

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