La Fiat e la delocalizzazione perversa

Marchionne annuncia che la Fiat produrrà in Serbia la nuova monovolume L0. Decisione pienamente rispettosa di quella che è sempre stata la filosofia della famiglia Agnelli: incassare i profitti e gli incentivi di Stato, poi socializzare le perdite…

Fin da piccolo ho sempre avuto una specie di allergia per tutto ciò che provenisse da Torino, specie sponda “bianconera” (motivi di fede calcistica…).  Se oggi in molti ci troviamo a discutere sul servilismo, sulla prostituzione intellettuale ecc., lo dobbiamo a quella città o almeno a chi  regnava in quella città, i Savoia.

La nostra italica storia è talmente “breve”, che non siamo mai riusciti a toglierci del tutto i vestiti del re. Dopo i Savoia, a martoriare questo stato arrivarono gli Agnelli. Giovanni, detto “Gianni” o anche  “l´Avvocato” (solo perchè aveva preso una laurea in Giurisprudenza, non avendo mai esercitato questa professione), poi fu un vero e proprio fenomeno. Riuscì a fare della propria impresa (la Fiat) la prima a gestione statale per i costi, privata per i ricavi: un vero genio.

Adesso alla guida del gruppo c’è un tale italo-canadese che ripercorre quelle stesse strade percorse dal Gianni. Soldi pubblici per investimenti stranieri, chiusura di stabilimenti in Italia. Per  tutti quelli che sono amanti del prodotto italico: se volete una macchina italiana comprate una Volkswagen, un´Audi, una Peugeot,  ma non comprate una Fiat. Fiat produce quasi tutto all’ estero, salvo poi assemblare (in alcuni casi!) in Italia.

Certo conviene andare in Serbia a produrre, li mica ci sono i sindacati ottusi, li si può tranquillamente pagare 400 € al mese una persona e questo pure ti ringrazia. Questo è il tanto decantato stile Fiat. Questa è la bufala dello stile, sbandierata per anni da una famiglia che si permetteva di fare tutto quello che voleva, senza che nessuno proferisse parola, anzi tutti ad osannare e prostrarsi.

Questa è sempre stata la Fiat, non è mai cambiata. L´unica differenza sta nel fatto che prima c’era un coperchio sopra la “tampa del rudo”, ora il coperchio è stato tolto.



20 Responses to “La Fiat e la delocalizzazione perversa”

  1. Giulioromano scrive:

    Se pensiamo che non si sa bene come viene fabbricata la Ford… Per essere più chiari la Ford è stata la prima a produrre i pezzi per i propri modelli in tutto il mondo. E gli stessi pezzi vengono poi assemblati in qualche altra parte del mondo.
    Il problema della FIAT è che vorrebbe fare come la Ford, ma ha una palla al piede. L’Alfa Romeo e l’Alfa Sud gli sono state regalate dall’IRI, su pressante pressione del mondo politico, e non credo che la FIAT le abbia mai acquistate. E tanti stabilimenti di produzione sono stati fatti con elargizioni a fondo perduto. Adesso la FIAT ci da un bel calcio nel sedere.. Dalle mie parti c’è un proverbio: “Se dai una carezza ad un somaro, quello che ne ricavi sono morzi e calci”.
    La FIAT non può mettere la gente alla porta come può fare la Ford. La FIAT ha goduto di continue sovvenzioni e regalie, elargizioni a fondo perduto, non ultima di poco tempo fa, quando doveva entrare in G. M. La Ford non ha mai ricevuto un dollaro dagli USA. Questa è la differenza. Riprendiamoci quello che è nostro, ovvero l’Alfa Romeo e lo Stabilimento di Pomigliano (ex Alfa Sud), Termini Imerese ecc.. riprendiamoci gli stabilimenti che sono stati fatti coi contributi dei cittadini italiani. Poi una volta che ci siamo divisi, quel che resta della FIAT può fare quello che vuole.

    • Bhe no Giulio se ti ricordi Ford la pagava l’Alfa Romeo è stato un regalo di Prodi all’avvocato che l’avrebbe pagata quando sarebbe tornata in utile. :-D

      Nel dettaglio l’Alfa perdeva centinaia di miliardi l’anno eppure la Ford, probabilmente ritenendo che si potesse usare un nome di grande tradizione e una casa con clienti affezionatissimi per sbarcare in Europa, avanzò un’offerta assai generosa: ben 3.300 miliardi (secondo alcune fonti 4.000) per acquisire gradualmente il pieno controllo entro otto anni, piano di investimento di 4.000 miliardi per il quadriennio successivo all’acquisto, ottime garanzie per coloro che risultavano impiegati nel carrozzone. L’offerta venne formalizzata il 30 settembre del 1986 e restava valida fino al 7 novembre dello stesso anno. Tutti d’accordo? Non proprio. Prodi informò subito Cesare Romiti: nulla di male, poteva essere un tentativo per ottenere un rilancio Fiat, che puntualmente arrivò il 24 ottobre. Ma era assai deludente: prevedeva un prezzo di acquisto di 1.050 miliardi, in cinque rate senza interessi, prima rata nel 1993 (alla fine Fiat sborsò in realtà tra i 300 e i 400 miliardi), poi 4.000 miliardi di investimenti entro il 1995 e molti posti di lavoro da tagliare per recuperare competitività. Bene : il 6 novembre l’Iri di Prodi cedette l’Alfa alla famiglia Agnelli, quella che dieci anni più tardi, con Mortadella al governo, sarebbe stata tenuta artificialmente a galla con gli ecoincentivi per l’auto.

      Il resto è il risultato odierno.

      • Si chiama economia keynesiana e funziona proprio così.

        Per più o meno lo stesso motivo gli stati hanno salvato le banche durante la crisi del 2009-2010. Credete che le banche siano più riconoscenti della FIAT?

        Quando gli Stati aiutano le aziende dovrebbero farlo rilevandone le azioni a un prezzo concordato, in modo da spendere i soldi pubblici per comperare un bene (le azioni) e nel frattempo aiutare l’azienda (o la banca) in crisi.

        Invece i soldi li buttano proprio via.
        Tanto il popolo è bue e si occupa solo dei battibecchi tra maggioranza e opposizione.

        Et voilà, son così tutti felici: le aziende, i governanti ed il popolo, che può finalmente dedicarsi a ciò che gl’interessa, cioè Fabbrizziocorona e le dichiarazioni di Cicchitto e D´Alema.

      • giulioromano scrive:

        Non proprio d’accordo con te. E’ vero che l’Alfa perdeva miliardi di lire l’anno. Li perdeva perchè non c’era stata mai la volontà di volerla ristrutturare e risanare, ma di affossarla, così le fu impedito di aprire stabilimenti in Sud America, come invece fece la FIAT. Inoltre, nei miliardi di perdita devi conteggiare anche l’apertura dello stabilimento Alfa-Sud (che diventerà Pomigliano..), aperto con i soldi Alfa, senza contributi a perdere, come si privileggiava la FIAT.
        C’ era già nell’aria lavolontà di voler distruggere l’IRI, a vantaggio degli arrambanti faccendieri allacciati alla politica.
        La necessità che esistesse l’IRI, è sfuggita a molti, ed oggi ne costatiamo le conseguenze. Per esempio i marchi Motta, Alemagna erano IRI e stabilivano il prezzo di riferimento dei loro prodotti, per cui il Paluani ci si doveva adeguare se non voleva trovarsi fuori mercato. Così era per tutti i prodotti IRI (Bertolli, De Rica, Cirio, Alfa-Romeo…). Sarebbe stato inammissibile, allora, che un prodotto fosse aumentato di prezzo, se la materia prima sul mercato internazionale avesse subito una flessione. Cosa che oggi in Italia e solo in Italia accade: Cala il prezzo del grano del 15/20%, abbiamo incrementi dei prodotti primari legati al grano del 10/20%. Ricordo, quando viaggiavo per una casa di accumulatori, che ogni tanto i dirigenti delle varie marche s’incontravano a Milano. Risultato: il giorno dopo il nostro listino veniva aumentato del 10/15%. E non c’era giustificazione, in quanto il prezzo del Piombo era fermo da anni. In un paese come l’Italia, dove il concetto di libera concorrenza non esiste, come non esiste l’idea del giusto guadagno per l’impresa, un paese come il nostro costituito da mafie e spartizione del territorio e delle quote di mercato derivanti, la funzione dell’ IRI era fondamentale. L’IRI, pur essendo un carrozzone mal gestito, costringeva gli speculatori a non affamarci.

      • piersabatino deola scrive:

        Prodi no.
        Egli si è battuto con tutte le forze per darla agli americani che avrebbero ripagato lui personalmente con importanti regali politici.

  2. Chiudere Pomigliano scrive:

    Ma scusate ma ve la vedete la reazione dei peppini di Pomigliano alla proposta UAW questa è la reazione degli operai americani: “Qui ha contato e conta ancora il fatto che la gente ha capito che eravamo arrivati all’ultima spiaggia e si è rimboccata le maniche, in senso vero non metaforico. Quando si è trattato di riorganizzare la fabbrica per metterla in grado di produrre la Grand Cherokee, la gente si è offerta volontaria per venire a pulire, tinteggiare, riportare questo posto all’onore del mondo. E guardi con quali risultati. Per questo parlo di orgoglio”

    http://www.repubblica.it/economia/2010/07/22/news/operai_chrysler-5742777/

    Questa gente,i vari peppini, mai farebbe ciò che hanno fatto gli operai USA visto che sono abituati a ricevere la cassa + lavoro in nero come pizzaiuolo o idraulico.

  3. giovanni scrive:

    x l’anonimo razzista.
    I “vari peppini” sono quelli che sono emigrati a decine di milioni nel mondo e nell’Italia settentrionale e ad aver fatto col loro sudore grande il nord e tutti i paesi in cui sono andati, per cui vaffanculo senza passare dal via a nome dei milioni di peppini grazie ai quali ti puoi permettere di scrivere le tue scemenze invece di pulire i cessi come si addice alla gente del tuo livello

    • Chiudere Pomigliano scrive:

      Ma cosa c’entra il razzismo? Se quelli di Pomigliano sono meridionali gli operai americani sono negri e immigranti tra di esso poi ci saranno sicuramente italiani.

      E’ evidente però la differenza i primi sono parassiti e come tale cercano assistenza (cassa che gli da una sicurezza più il lavoro in nero) mentre i secondi mi sembrano propositivi.

      Per coloro che diranno “Ma Marchionne non l’ha proposto agli italiani” la risposta è che la proposta potevano farla gli operai tramite i sindacati.

      La proattività non è una malattia.
      Per chi non sapesse il significato: http://it.wiktionary.org/wiki/proattivo

      • giulioromano scrive:

        La differenza è anche nel sistema. In Italia esiste una “parvenza” di socialità (6 mesi di cassa integrazione e poi puoi morire di fame). In America, hai la LIBERTA’ di morire di fame subito. Altra differenza è che su Pomigliano e sulle ex Alfa Romeo gli sono state date gratis, oltre agli aiuti economici che ha goduto la FIAT, per costruire nuovi o ristrutturare vecchi stabilimenti di produzione, valutabili per almeno il 80/90% del valore FIAT. Cosa questa impensabile per una Ford o GM, che gli stabilimenti se li sono fatti da loro e con i loro soldi senza piangere miseria presso il Governo USA.
        La FIAT vuol fare come gli pare? OK però prima restituisce all’Italia quello che l’Italia gli ha dato, ovvero almeno 80/90% del suo valore, e questo lo volglio SUBITO.

  4. fma scrive:

    Tutta l’industria mondiale è sottoposta a selezione darwiniana, orientata a premiare i comportamenti che minimizzano i costi e massimizzano i profitti.
    Il limite a tali comportamenti è fissato dalle leggi degli stati.
    Il comunismo, che era l’altro modo di concepire i rapporti di produzione, ha dichiarato bancarotta vent’anni fa.
    Questi sono dati di fatto, sui quali non c’è molto da discutere.
    FIAT è una multinazionale dell’automobile e sta sul mercato. Dunque ha il diritto/dovere di cercare le condizioni più vantaggiose per produrre. Il compito di Marchionne, che ne è il responsabile, è questo e non altri.
    Poi c’è la politica, che dovrebbe essere anche politica industriale. Capace di creare le premesse infrastrutturali ed economiche necessarie e sufficienti ad attirare i capitali utili alla creazione di nuovi posti di lavoro. Ove questi nuovi posti di lavoro siano una necessità sociale. Com’è nel nostro caso.
    Il costo di un’automobile è la somma del costo del lavoro, del costo per l’ammortamento degli investimenti, delle spese generali per unità di prodotto. L’elemento di gran lunga più importante sono gli investimenti.
    L’Italia non è l’unico paese che abbia partecipato a finanziare con danari pubblici gli investimenti di un’azienda automobilistica.
    Basta rileggersi la storia di Renault, Peugeot-Talbot-Citroen, Volkswagen, Opel, GM, Chrysler, per citare alcune delle maggiori
    A prima vista potrebbe sembrare che l’affare lo faccia soltanto l’azienda, ma non è così scontato.
    Se la Serbia, come pare, ci mette trecento milioni (trecento la CEE, trecento la FIAT) e l’investimento assicura lavoro a tremila persone (tra diretti e indotto) per cinque anni, per sapere chi ci guadagna e chi ci rimette bisognerebbe calcolare il ritorno per la comunità (Stato) in termini di mancati esborsi per ammortizzatori sociali, maggiori entrate fiscali e contributi, ulteriori posti di lavoro derivanti dai consumi di coloro che percepiscono uno stipendio sicuro…
    Una realtà difficile da misurare.
    Di sicuro l’unico strumento che non serve è quello morale.

  5. alsalto scrive:

    Le piccole aziende metalmeccaniche piemontesi che lavorano come terzisti della FIAT sono una moltitudine.
    La somma di queste non equipara l’occupazione legata alla produzione in quei di Mirafiori, la supera di gran lunga.
    Questo non fa che aggravare il problema. Se viene da li spostato l’assemblaggio anche buona parte del terzismo verra’ appaltato altrove, in buona parte di gia’ e’ accaduto causa la concorrenza asiatica e slava.
    Con l’introduzione del nuovo piano urbanistico di Torino, 15anni fa’, gia’ si andava delineando quello che si aspettava che sarebbe inevitabilmente accaduto. La citta’ necessitava di trovare nuova vocazione nel terziario. La consapevolezza che la produzione industriale sarebbe pian pianino stata delocalizzata c’era tutta. Piu’ che consapevolezza parlerei di intenzione.
    Il Lingotto oggi ospita un centro commerciale, un cinema multisala ed un centro fieristico polifunzionale.
    L’area industriale di Mirafiori con la sua enorme estensione e’ stata conglobata gia’ negli anni 50 da nuove zone residenziali (popolari) nate proprio per ospitarne i lavoratori e l’indotto, spingendola con l’ampliamento urbano derivante sempre piu’ al centro cittadino. Si trova nella zona sud di Torino, su quella diretrice che spinge a Stupinigi. Le infrastrutture sono da anni presenti, ramificate inizialmente per necessita’ industriali, oggi pronte ad esser percorse comunque.
    La dismissione di tali aree ed il successivo cambio di destinazione d’uso in commerciale o residenziale costituisce ulteriore motivo di acquolina per il gruppo.
    Tutta la zona Dora sino alla Barriera di Milano hanno gia’ attraversato il medesimo destino.
    Se la FIAT in passato investi’ risorse per la nascita del Politecnico non lo fece per motivi filantropici o altruistici ma per puro interesse e necessita’, in maniera omologa oggi decentra. Come giustamente citato: a gestione statale per i costi, privata per i ricavi.
    Sono imprenditori, non benefattori.
    La FIAT deve essere statalizzata con la forza o morire per sempre.

  6. Ho paura che non impareremo mai. La nostra aspirazione ad avere anche noi italiani una pseudo casa regnante, una sfilza di bei giovani abbronzati e venerandi playboy installati nel jet set internazionale, ci fotterà sempre.

    Già l’Avvocato si è spolpato generazioni di operai e di contribuenti (e spiumandosi generazioni di attricette ben mantenute) ricambiandoci con copertine di magazine molto in, glorie sportive e tragedie familiari. Ovvio che ora che anche il cognome s’ è dissolto in quel bel mondo internazionale non ci sia più nulla a legare i discendenti degli Agnelli a questo limone provincialotto e già troppo spremuto per mezzo di contributi e fondi neri. Lapo è lanciatissimo a fare storiche figure di merda nel prime time USA, John a traghettare i sogni del nonno nel grande incubo globalizzato, e far ingollare ai metalmeccanici di là metodi e paghe che nemmeno i giapponesi erano riusciti a far passare.

    Da noi restano Silvio e Piersilvio e figli e nipoti, che hanno ancora quel po’ di rustica rozzezza per restare ad occupare i giornaletti del cafonesco gossip nostrano, e che non hanno ancor intenzione di mollare l’osso: c’è ancora un bel po’ da spolpare, prima di scappare.

  7. piersabatino deola scrive:

    Per Guido dalla Germania

    osservazioni corrette ma comincierei da più indietro da quando gli Agnelli spillavano soldi allo Stato e sfruttavano gli azionisti italiani con la favola compri un’azione te ne regalo due.La questione serba invece nasconde una realtà politica:
    gli americani vogliono mettere piede nella Serbia ancora in odor di comunismo per pilotarla apportunamente nella loro politica economica e possibilmente nella NATO.Il costo mano d’opera in una vettura rappresenta il 6% sul totale,cifra che non giustifica il trasferimento ma che giustifica la falsa giustificazione.

  8. Eli scrive:

    Cloro

    a proposito di delocalizzazione perversa, apprendo oggi che
    la OMSA chiude, delocalizzando in Serbia, e buttando sul
    lastrico 360 lavoratrici/tori di Faenza.
    Cominciamo a stilare una lista delle aziende che adottano questi comportamenti antisociali, questo killeraggio economico, e NON COMPRIAMO PIU’ I LORO PRODOTTI.

    IL BOICOTTAGGIO ECONOMICO NEI CONFRONTI DI QUESTI CRIMINALI LIBERISTI, esportatori di sfruttamento ed importatori di disoccupazione e miseria è secondo me l’unica arma.
    Queste sono le aziende di cui sono a conoscenza, per
    favore aggiungete le vostre.
    BIALETTI (macchine da caffé)
    SUPERGA (scarpe ed abbigliamento sportivo)
    OMSA (calze da donna)
    FIAT
    MERLONI (elettrodomestici)

    • fma scrive:

      Mi sembra una richiesta impossibile.
      Di quello che compriamo moltissimo è prodotto all’estero, in toto o in parte. Basta leggere le etichette dei prodotti per rendersene conto.
      Com’è normale che sia in un’epoca che prevede la libera circolazione dei capitali e delle merci.
      Si fa prima a elencare quali sono i prodotti made i Italy, al 100%.
      Naturalmente sarebbe pure utile chiedersi perché.

    • Eli scrive:

      Grazie al contributo di un amico, aggiungiamo anche la
      DE LONGHI (stufe, condizionatori).

  9. Eli scrive:

    Marchionne continua con i suoi ricatti; anzi, visto che gli
    danno retta ed il governo lo appoggia, rilancia:

    http://www.repubblica.it/

  10. Eli scrive:

    Bell’articolo di Salvatore Maria Righi dall’Unità

    22/07/2010 12:07
    Cos’ha in serbo Marchionne?

    Salvatore Maria Righi

    L’ultima di Marchionne, va a fare la nuova monovolume in Serbia perché non gli piace l’Italia, si è scocciato per Pomigliano (poverino, il governo non fa quello che vuole lui, ha scoperto forse di non avere la corona di sovrano) e per questi sindacati che insistono a mettergli i bastoni fra le ruote. Povera Fiat, trattata così male da un paese ingrato che da decenni gli ingrassa la pancia a forza di contributi, rottamazioni e regalie varie, pur di fargli vendere quelle che una volta erano auto-barzelletta (la ruggine dopo qualche lavaggio) e adesso si sono dovute allineare alla concorrenza, pena sparire dal mercato. La Fiat azienda di stato nel senso letterale del termine, visto che qui da noi vale da sempre la formula uno stato-una azienda e non è stato possibile a nessun altro, mai, aprire o comprarefabbriche in Italia, perché a Torino non piaceva l’idea che qualche altro marchio facesse automobili nel Bel Paese: evviva l’Europa unita e la concorrenza.

    Con questa moderna idea di imprenditoria, però, quando gli fa comodo, La premiata e antica Fabbrica italiana automobili Torino usa il concetto di Europa e mondo senza confini, investendo soldi in stabilimenti e forza lavoro all’estero. Autarchica in Italia e moderna quando e come gli pare, un bell’esempio di capitalismo all’italiana, soprattutto di paraculismo che pare la nostra virtù più spiccata. Questa, ancora prima che una faccenda di economia e sindacato, è una parabola di costume e sociologia. E chissà cosa succederà, quando anche gli americani mangeranno la foglia sul senso di Marchionne per l’impresa e per il mercato. Dopo la Serbia, chissà cosa altro avrà in serbo il nostro super manager?

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